ilariola_eleanor_oliphant

Un libro che scorre veloce e che coinvolge. O almeno, sono io che ogni volta mi immedesimo talmente tanto da sentirmi male quando i protagonisti si sentono male, oppure vivo momenti gioiosissimi grazie ai loro trionfi, o viaggio continuamente grazie ai loro spostamenti. Con Eleanor il rapporto è strano. Fanno tenerezza la sua ingenuità, il suo essere schiva e il suo scoprire le cose semplici e belle della vita, dopo tanto dolore e disagio. Infatti, la sua adolescenza è stata caratterizzata dall’assenza della madre e da frequenti affidamenti a famiglie diverse, con conseguenti problemi con i servizi sociali.

È una storia semplice, di vita quotidiana, ambientata a Glasgow nei suoi quartieri lavorativi e residenziali.
Una cornice fatta di luoghi comuni e banalità se vogliamo, ma non per Eleanor, che lavora come contabile presso un’agenzia pubblicitaria, e praticamente non ha amici degni di essere definiti tali.
Fortunatamente, grazie ad alcuni “incidenti di percorso” avrà modo di conoscere Raymond, un collega dell’help desk, e altre persone che incroceranno la sua vita e ne cambieranno il corso e il senso.

La cosa che maggiormente coinvolge nel libro, oltre al flusso continuo dei suoi pensieri, è la graduale scoperta del perché lei sia così ingenua e umanamente matura allo stesso tempo. Esiste un collegamento diretto tra questo e il suo conflittuale rapporto con la madre, con cui ha solo contatti telefonici.

Il suo senso di inadeguatezza e la voglia di “sparire” sono comuni a molte più persone di quanto si pensi, e il loro ruolo lo giocano sicuramente i sistemi di comunicazione attuali, costituiti da smartphone e social network: un giorno possono esaltare la personalità di chi c’è dietro, e il giorno successivo possono schiacchiarla come se niente fosse.

Eleanor scopre “tardi” i vantaggi del possedere un computer personale e uno smartphone, un account Twitter e tutte le interazioni che questo può implicare. Grazie alla sua naturale curiosità e alle conoscenze classiche impostegli dalla madre durante l’infanzia, possiede comunque una discreta cultura non influenzata dai social.

Un caso “umano” nemmeno troppo distante da quelli che leggiamo tutti i giorni nelle notizie di cronaca, ma semplicemente visto dall’interno, e usato dall’autrice come un mezzo per riflettere su vari temi comunicativi attuali: di come i social ci allontanino, di come creino solamente apparenza e illusione, su come inducano a credere in ciò che non esiste.
Se vogliamo, un invito a resistere alla mistificazione moderna, e a ricercare più i contatti diretti con le persone vere.

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